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FABRIZIO DE
ANDRE' E LA TUSCIA
Sono trascorsi
10 anni da quanto Fabrizio De André “è evaporato su una nuvola rossa”.
I o, che ho
avuto il privilegio di conoscerlo, voglio ricordarlo svelando alcuni episodi
inediti o conosciuti da pochissimi, che si sono svolti o hanno avuto per
protagonisti gente della Tuscia, il terzo buen retiro, dopo Genova e la
Sardegna, in cui amava trascorrere il tempo libero.
“Sì!
Prima o poi scriverò un pezzo in lingua etrusca”. Fabrizio De André ha
pronunciato più volte questa frase dopo aver ascoltato i racconti su strampalati
personaggi locali che gli facevano Alberto e Maria Santini in occasione dei suoi
lunghi e continui soggiorni a casa loro, tra Soriano nel Cimino e Canepina.
Episodi,
quelli narrati dai Santini, che avrebbero perso gran parte della loro
suggestione se non fossero stati ricostruiti in lingua “originale”, cioè in
dialetto sorianese frammisto al canepinese. Così Fabrizio scoprì quella che
definiva appunto la “lingue etrusca”.
“Ammazza,
come parlate” mi disse come incipit del racconto di un episodio che gli era
capitate a Canepina, il mio paese.
“Sono
entrato in una tabaccheria per acquistare le sigarette e la tabaccaia, mentre mi
porgeva il pacchetto, ha ritratto la mano e mi ha chiesto: "Chi si fijo? T’ajo
da ve’ visto da che parte. Nu’ zi de tocchì?"”.
Per la
verità la ricostruzione del dialogo fatta da Fabrizio fu inevitabilmente
approssimativa, ma riuscì a capire che la tabaccaia gli aveva chiesto: “Tu di
chi sei figlio? Ti devo aver già visto da qualche parte. Non sei di qui?”.
Gli
risposi: “Perché dopo il genovese e il gallurese non ti cimenti anche con il
sorianese e il canepinese?”. E lui: “Chissà, potrebbe essere un’idea”.

Anche
dialogando con l’allora giovanissimo canepinese Francesco Corsi, oggi
giornalista, che a dispetto dell’età era stato già soprannominato “Vecchio”, il
quale si presentò a casa Santini perché voleva conoscerlo, Fabrizio discettò sui
dialetti della zona. Chissà cosa avrebbe potuto sfornare la sua vulcanica mente
se dieci anni fa…?
Racconto
questi episodi per sottolineare come Fabrizio non considerava questo pezzo di
terra solo un luogo di relax ma, come faceva con tutti i posti che lo
affascinavano, voleva conoscerlo in profondità, fino agli elementi che più lo
caratterizzano, come il dialetto.
Quasi
certamente l’affetto, ricambiato, che Fabrizio e la moglie Dori Ghezzi hanno
avuto per la Tuscia ha origini lontane, che affondano nelle numerose occasioni
in cui la loro vita si è intrecciata con quella della gente di qui. E sono
veramente tante.
Agli inizi
degli anni Ottanta, Fabrizio tenne un concerto a Montalto di Castro. Tra il
pubblico c’era Alberto Santini, un imprenditore di Soriano nel Cimino il cui
nonno, sul finire della Seconda guerra mondiale, aveva conosciuto a Genova
Giuseppe De Andrè, suo padre.
Al termine
dello spettacolo, Alberto si presentò nel suo camerino, gli chiese un autografo
e gli narrò l’episodio del nonno. Tra i due nacque subito un’intensa amicizia
che prosegue tuttora tra le loro famiglie.
Tra
l’altro, Fabrizio volle far riprodurre nell’abitazione dei Santini un angolo del
salone della villa di Genova in cui era nato e cresciuto, facendovi trasportare
il pianoforte, parte degli arredi, compresi vecchi spartiti musicali ed altri
oggetti. Roba che Alberto e la moglie Maria conservano come reliquie.
Ma c’era stato
un precedente molto significativo. Nei primi anni Settanta, Fabrizio, che aveva
da poco pubblicato “Tutti morimmo a stento”, il primo concept album rock
d’Italia (un disco in cui tutte le canzoni ruotano attorno a un unico tema o
sviluppano una storia), decise di comporne altri due: “Storia di un impiegato”,
ispirato al Maggio francese, e “No al denaro no all’amore né al cielo”,
liberamente tratto dall’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters, tradotta
da Fernanda Pivano, donna cui dobbiamo la conoscenza degli autori della Beat
Generation americana e di tanto altro, compresi i romanzi di Ernest Hemingway.
Scritti i
testi, De Andrè chiese a Nicola Piovani, originario di Corchiano, premio Oscar
per la musica de “La vita è bella” di Roberto Benigni, di collaborare alla
composizione delle musiche, di curare gli arrangiamenti e la direzione
d’orchestra. Inutile dire che i due Lp ebbero un grande successo e che alcuni di
quei brani sono entrati nella storia della musica italiana.
Nel 1977,
mentre si trovavano nella loro tenuta agricola in Sardegna, Fabrizio e la moglie
Dori Ghezi, che avevano avuto da pochi mesi la figlia Luvi (Ludovica Vittoria, i
nomi delle nonne), furono sequestrati.
L’Agnata, è il
nome della tenuta, si trova vicino a Tempio Pausania, un luogo tristemente
famoso per i sequestri di persona.
La compagnia
dei carabinieri di Tempio era comandata dal capitano Vincenzo Rosati, uomo di
grande esperienza che aveva già indagato su un centinaio di rapimenti. Rosati
era nato ed è sepolto a Gradoli.
Dopo la
liberazione e l’arresto dei sequestratori, tra i due nacque una profonda
amicizia, una di quelle cui Fabrizio teneva di più.
Eppure il loro
rapporto era iniziato con un aspro dissidio: Rosati non condivise la scelta di
Fabrizio di non costituirsi parte civile nel processo a carico dei suoi
sequestratori. Ma poi comprese che quel comportamento era in linea con il
personaggio.
E il
dissidio fu superato. L’amicizia con un carabiniere suscitò un certo scalpore in
alcuni ambienti.
Un giornalista
del Manifesto, in un’intervista, chiese a Fabrizio: “Ma come, in ‘Bocca di Rosa’
dici che ‘spesso gli sbirri e i carabinieri al loro dovere vengono meno…’ e poi
sei diventato amico di uno di loro?”.
“Ho
conosciuto Vincenzo Rosati – rispose – ed ho scoperto che è una persona
eccezionale, piena di umanità. Cosa vuole che le dica? ci sono anche carabinieri
così. E io gli sono amico”. Già, fu proprio l’umanità che distingueva
entrambi a saldare la loro amicizia.
Fabrizio e
Rosati, di tanto in tanto, decidevano di intraprendere una nuova attività, tra
le quali la pesca. In Sardegna avrebbero potuto trovare centinaia di pescatori
dai quali farsi insegnare ad usare le reti, ma scelsero un vecchio pescatore di
Capodimonte, che da anni viveva nell’Isola. Insomma, un altro viterbese.
Un’altra volta ipotizzarono d’impiantare addirittura un allevamento di
coccodrilli. Per fortuna desistettero.

Il figlio di
Vincenzo Rosati, Mario, avvocato, mi ha raccontato che poco prima di scoprire di
essere gravemente malato, Fabrizio aveva sognato il padre Giuseppe il quale gli
disse: “Parla con Vincenzo. Ti dirà lui perché”.
De Andrè cercò
l’amico per tutto il giorno senza riuscire a trovarlo. Credo di ricordare che si
recò anche a casa sua, a Gradoli, ma invano. Il mattino seguente Fabrizio
dovette partire perché aveva un impegno irrinunciabile e non riuscì più a
parlare con Vincenzo. Chissà cosa si sarebbero dovuti dire?
In quegli anni
Fabrizio regalò a Mario Rosati una sua chitarra spagnola. Un gesto che in
precedenza aveva fatto solo con Gigi Riva. Questi contraccambiò regalandogli la
maglia della nazionale di calcio con cui aveva disputato la mitica partita di
semifinale dei campionati del mondo di Mexico 70, Italia Germania.
Anche una
parte della produzione artistica di Fabrizio è per così dire “made in Tuscia”.
Durante i suoi soggiorni a Soriano si è infatti rivolto diverse volte alla
piccola ma prestigiosa sala d’incisione di Acquapendente, Il mulino.
Inoltre, nel
Palacimini di Viterbo ha tenuto il suo terzultimo concerto nel luglio del 1998.
Beniamino
Mechelli
Presidente associazione culturale
Fabrizio De André di Canepina
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